Il gioco che trasforma
Giocopoiesi è il nome che abbiamo dato al nostro modo di lavorare con il gioco. Si entra, si prova qualcosa di nuovo, e alla fine qualcosa è cambiato.
Una parola inventata, giocando
Ci piace giocare. Anche con le parole. Così, quando ci serviva un nome per quello che facciamo, ce lo siamo inventato.
- Gioco
- Viene dal latino iocus, lo scherzo, la battuta. Per il gioco vero e proprio i Romani usavano anche ludus, e con la stessa parola chiamavano la scuola.
- Poiesis
- In greco è il fare che porta qualcosa al mondo. Il vaso che prende forma tra le mani dell’artigiano. Il verso che il poeta trova quando smette di cercarlo.
Mettile insieme e hai il gioco che crea. È uno stato in cui ti concedi di provare parti di te che di solito tieni ferme, e regole diverse da quelle di ogni giorno. Non si può imporre e non si costruisce da zero, perché c’è già, in ognuno. Torna fuori quando qualcuno accetta di non sapere come andrà a finire.
Giochiamo per ritrovare noi stessi, e per costruire insieme un mondo più collaborativo.
Non è un gioco, è un modo di stare
Non esiste un gioco della Giocopoiesi. Può nascere da un movimento, da una voce, da un silenzio in cui nessuno parla, da una storia inventata in cerchio. Conta come ci stai dentro, ed è per questo che la sentiamo più vicina a un’arte che a una tecnica.
Nessuno la può garantire. Però si impara a riconoscere quando sta arrivando, e a prepararle il terreno.
Cosa la fa nascere
Formule non ce ne sono. Ci sono tre cose che aiutano, e si possono allenare.
Chi conduce
Non può annunciarla in anticipo. Però se ne accorge quando succede, se resta in ascolto di quello che si muove dentro di sé e nel gruppo. Fa da ponte tra due mondi, e deve fidarsi: il processo va avanti anche quando i passaggi ancora non si vedono. Si scoprono giocando.
Il gruppo
Bernie DeKoven chiamava coliberazione quello che succede «quando giochiamo straordinariamente bene insieme». Il noi che nasce fa spazio all’io. Ognuno si sente più libero e più presente grazie agli altri, e a sua volta dà forza al gruppo. Per DeKoven nessuno si libera da solo.
Il processo
Serve qualcuno capace di far vivere un processo che trasforma. A volte lo scopo è solo stare bene. Altre volte è capire come vogliamo stare insieme, o quanto siamo vicini a un obiettivo.
Perché il gioco arriva dove le parole si fermano
Chiunque sa descriversi. «Faccio fatica a delegare.» «In gruppo parlo poco.» Poi parte un gioco, e in due minuti quel comportamento succede davvero, davanti a tutti. Non c’è più bisogno di raccontarlo, lo si vede. E da lì se ne può parlare.
Guardiamo quello che funziona
Il gioco fa vedere le dinamiche di un gruppo. Noi le guardiamo per trovare quello che già funziona e dargli più spazio. A caccia di quello che è rotto non ci andiamo.
È una scelta. Un team che passa il tempo a smontare i propri difetti finisce per vedersi come un problema. Un team che scopre cosa lo tiene insieme trova una direzione, e spesso le difficoltà si sciolgono da sole. Le persone cominciano ad apprezzarsi. Tornano a vedere la bellezza in chi sta loro accanto.
Come funziona
Sono quattro passaggi, e servono tutti. Il gioco senza riflessione resta una bella serata. La riflessione senza gioco resta una chiacchierata. E se manca l'ultimo passo, tutto resta nella stanza.
Intenzione
Prima di scegliere un gioco capiamo cosa conta per quel gruppo, adesso. Il gioco viene dopo, scelto per quello. Mai per riempire il tempo.
Esplorazione
Si gioca sul serio, senza recitare. In molti giochi le persone si dicono come si vedono mentre giocano, e scopri come ti vedono gli altri lì, sul momento.
Riflessione
Si torna su quello che è successo e ci si chiede dove volete andare. Cosa, di quello che avete appena fatto, vi avvicina?
Apprendimento e co-creazione
Quello che è venuto fuori lo si mette alla prova nel lavoro e nelle relazioni di ogni giorno. Poi ci si ritrova, si guarda com’è andata e si riparte.
In connessione con sé stessi, con gli altri e con l'ambiente.
Dove la usiamo
- Nei Play Lab, come pratica ricorrente per un gruppo che si ritrova
- Nei team di lavoro, per vedere le dinamiche e poterne parlare
- Nei percorsi individuali, come esplorazione accompagnata
La Giocopoiesi si impara giocando
Si impara vivendola. È il cuore del terzo passo del percorso, quello del Play Coach, ma la incontri dal primo giorno, perché è il modo in cui lavoriamo.