Il gioco che trasforma, non quello che intrattiene

Giocopoiesi è il nome del nostro modo di lavorare col gioco. La parola l'ha coniata Lucia Berdini, ed è il posto dove sta tutto quello che facciamo.

Una parola inventata, per una cosa che non aveva nome

Poiesis, in greco antico, vuol dire fare, produrre, portare all'esistenza qualcosa che prima non c'era. È la stessa radice da cui viene poesia. Lucia Berdini l'ha unita al gioco perché mancava un termine per quello che vedeva accadere nelle sue sessioni: persone che giocando non si distraevano, si costruivano. Giocopoiesi è il gioco che crea. E quello che crea, ogni volta, è una versione leggermente diversa di chi lo sta giocando.

Termine coniato da Lucia Berdini, co-fondatrice del Manifesto del Gioco

Perché il gioco arriva dove le parole si fermano

Le persone sanno raccontarsi. Sanno dire "faccio fatica a delegare" o "in gruppo tendo a stare zitto". Poi arriva un gioco e in due minuti quel comportamento accade davvero, davanti a tutti, senza filtri. Ecco perché lavoriamo così. Il gioco salta la parte in cui ci si descrive e va dritto a quella in cui ci si vede.

Guardiamo quello che funziona, non le ferite

La Giocopoiesi è un processo che dà luce alle dinamiche personali e relazionali. Ma non le illumina per andare a cercare cosa è rotto. Le illumina per riconoscere quello che in un gruppo già funziona e dargli più valore, più spazio, più parola.

È una scelta precisa, non una gentilezza. Un team che passa il tempo a smontare le proprie disfunzioni impara a vedersi come un problema. Un team che scopre cosa lo tiene insieme trova consapevolezza e una direzione, e da lì le difficoltà si sciolgono quasi da sole. Le persone cominciano a riconoscersi e ad apprezzarsi davvero, e lo fanno attraverso la giocosità e un'esperienza che ha un significato poetico, dove si torna a vedere la bellezza e la meraviglia che c'è in chi ci sta accanto.

Come funziona, in quattro movimenti

Nessuno dei quattro funziona da solo. Il gioco senza riflessione resta una serata simpatica, la riflessione senza gioco resta una chiacchierata, e senza l'ultimo passo resta tutto dentro la stanza.

1

Si capisce su cosa si lavora

Prima di tirare fuori qualsiasi gioco, si mette a fuoco cosa conta per quel gruppo in quel momento. Il gioco arriva dopo, scelto per quel tema, e non è mai un riempitivo.

2

Si gioca sul serio

Si entra nell'attività e si gioca davvero, senza recitare. Molti dei giochi portano dentro il feedback tra le persone: ti restituiscono come vieni visto, e lo fanno mentre stai giocando, non in un momento di verifica separato.

3

Si riflette e si guarda avanti

Si torna su cosa è successo e sulle dinamiche che si sono viste, ma la domanda non è mai soltanto "cosa è andato storto". È dove volete andare, e cosa di quello che avete appena fatto insieme vi ci porta più vicino.

4

Si porta nella realtà

La parte che decide se tutto il resto è servito. Quello che è emerso diventa qualcosa da provare davvero, fuori dalla stanza, nel lavoro e nelle relazioni di ogni giorno. Poi si torna, si guarda com'è andata e si riparte.

Dove si usa

  • Nei Play Club, come pratica ricorrente per un gruppo che si ritrova
  • Nei team di lavoro, per vedere le dinamiche e poterne parlare
  • Nei percorsi individuali, come esplorazione accompagnata

La Giocopoiesi si impara facendola

È il cuore del terzo passo del percorso, quello del Play Coach. Ma la si incontra fin dal primo giorno, perché è il modo in cui lavoriamo da sempre.

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